Candido il pragmatico

candide_ou_loptimisme_partie_1_-voltaire_1694-1778_bpt6k6546305g-e1517671119132.jpeg

 

Ho avuto il piacere di leggere, tutto d’un fiato, il Candido di Voltaire. E’ uno dei libri che mi hanno fatto ridere maggiormente e, oltre a ciò, mi ha regalato un bel viaggio nell’ottimismo “utopistico”. La parabola di Candido parte dalla concezione del suo maestro, tale Pangloss, che il mondo è quanto di meglio vi sia in quel dato momento e che tutto ciò che esiste si verifica è spiegabile tramite la ragion sufficiente. La ragion sufficiente, interpretando Leibniz, è quel principio secondo cui ogni evento esistente può essere ricondotto ad una causa che ne spieghi la ragione.

L’Universo si fonda sulla giustizia, sulla saggezza e sulla libertà di Dio: dunque non può essere che il migliore fra gli infiniti universi possibili.
Leibniz

Tutto ciò che esiste, dunque ha un motivo, una ragione per cui è in quel modo e non altrimenti. Questo è il filo creativo tramite cui la ragione di Dio ha messo in piedi l’universo secondo Pangloss, grande studioso di Leibniz, ed ogni evento sarebbe concatenato ad un altro tramite il meccanismo della causalità, per tenere in piedi quello che è definito da Leibniz “il migliore fra gli infiniti universi possibili”. Candido, dunque, parte da questo presupposto nella sua avventura: tutto ciò che accade è ottimo, perfetto e ciò che di meglio ci si aspetterebbe dal migliore degli universi. Naturalmente, la sua avventura sarà in totale contrasto con questo presupposto. Vivrà barbarie inenarrabili, violenze, prevaricazioni, subirà torture, vedrà morte e distruzione dappertutto. Nonostante questo calvario egli riuscirà a mantenere sempre piu’ o meno intatto il suo ottimismo (a cui è anche caratterialmente ben disposto). Solo alcune volte il suo atteggiamento positivo traballa, venendo a conoscere alcuni personaggi che lo scuotono non poco e visitando la fantastica Eldorado. Uno dei personaggi che fanno maggiormente vacillare il protagonista è Martino, il quale ha una visione del mondo ben piu’ disillusa del prode Candido. Il fulcro del viaggio di Candido è la ricerca dell’amata, tale Cunegonda, della quale è follemente innamorato e la quale ricambia. E’ l’unico punto che voglio tirare in ballo in quanto è lo stretto necessario per dare una cornice alla mia riflessione. Dopo un’odissea alla ricerca dell’amata, quando la trova la scopre invecchiata, vizza, brutta ed incartapecorita. Uomo d’onore, mantiene comunque i suoi propositi e la prende al suo fianco, ma inevitabilmente l’ardore che aveva mosso il suo peregrinare era completamente svanito. Si ritrova dunque povero, assieme ai disagiati che avevano condiviso le sue vicende e all’inseparabile Pangloss. Tutti sono all’interno di una casa con fuori un orto che utilizzano come mezzo di sostentamento. Tornando alla semplicità della vita quotidiana, ognuno dei personaggi prese a sviluppare un talento: c’era chi cucinava, chi curava l’orto, chi curava la casa e via dicendo. Ognuno di loro fu nucleo di una metamorfosi che li prese da una vita di costumi, doveri, leggi, etichette, dottrine e li catapultò nel lavoro inteso come azione e contatto con la natura nonchè esercizio dei propri talenti e del proprio essere umano. Pangloss, affiancandosi a Candido, gli fece notare come fosse giunto al suo stato attuale di felicità passando da mille e piu’ pericoli e disgrazie e di come tutta quella via crucis fosse stata necessaria, ricollegandosi dunque al concetto del mondo migliore e della sensatezza dell’ottimismo come condotta di vita. Candido, quindi, lo apostrofa in un modo incredibilmente arguto che mi ha fatto riflettere. Gli ha detto:

Ben detto, ma dobbiamo coltivare il nostro orto.

Che potenza in questa frase! Essa mostra un ideale equilibrio, una giusta
tensione fra la coscienza, il pensiero, la filosofia, il γνῶθι σαυτόν e l’azione.
Il lavoro, lo sviluppo dei talenti, è come il fiore che sboccia e che segue il flusso
della vita e dell’essere. Gli occhi che guardano il fiore sono la filosofia, la ragione
che valuta, ordina e conosce. L’uomo che pensa e basta è zoppo in quanto si perde
nel mondo della mente. L’uomo che agisce e basta è cieco perchè, come un animale,
reagisce a degli impulsi esterni senza averne coscienza (per quanto possa esistere di esterno in un universo panenteista). L’uomo che coniuga questi
due aspetti svolge il suo servizio e conosce l’universo. La vita,
il campo, l’orto sono il suo laboratorio. La filosofia è lo studio che precede
gli esperimenti e vi si intreccia. La felicità di Candido (e della ciurma) ora giunge dall’azione, dal vivere il presente e dall’essere dentro il flusso della vita. Ora, a differenza di prima, non segue un fantasma (immagine di Cunegonda) ma vive l’attimo. Il lavoro, inteso non come labor ma come attività, agire, lo ha liberato. Robert Fludd nel Summum Bonum scriveva “Dat rosa mel apibus”. Le api prendono il nettare dalla rosa, lo lavorano ed ottengono il miele, loro ricompensa e base della loro vita.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...