Il cuore felice: la via della gioia

La felicità ha bisogno di circostanze esterne per essere sperimentata o è uno stato dell’essere che può essere richiamato a volontà, facendolo emergere dal nostro nucleo interiore?
Prendiamo alcuni esempi di felicità:
1.a. La felicità di quando qualcuno ci fa un regalo gradito.
2.a. La felicità del sapere che la persona amata ci ricambia.
3.a. La felicità di rivedere un amico.
4.a. La felicità di aver passato un esame.

Per portare avanti il mio discorso mi serve anche fare altri esempi, correlati però all’emozione della paura.

Si può avere paura quando:
1.a. Si vede una fiamma che divampa davanti a noi.
2.b. Un cane ci guarda ringhiando.
3.c. Un ragno cammina sulla nostra mano.
4.d. Si sente il rumore di un tuono.

In tutti gli esempi si potrebbe pensare che vi sia un rapporto a due elementi, definiti nella persona che sperimenta e nell’oggetto dell’esperienza. Io che sperimento il ricevere un regalo e quindi sono felice. Io che sperimento la vista del fuoco e provo paura.
Guardando piu’ attentamente si può scorgere l’agente invisibile che trasforma questo rapporto polare tra me e l’oggetto della mia esperienza in un rapporto a triade.
L’agente è l’opinione: l’idea che, nel mio immaginario mentale, ho di quell’oggetto sensibile (sia fisico che mentale).
Il panorama immaginifico mentale che ho costruito attorno ad un oggetto decide quale via di espressione emotiva prenderà il mio umore.
Il bambino che vede un fuoco per la prima volta è indifferente ad esso, tutt’al più curioso. Avviene dunque che lo tocca, si scotta, soffre, e da quel preciso istante il fuoco non è più un fenomeno inconsueto ma una fonte di pericolo e paura.
Cosa ha di diverso il bambino dopo averlo toccato? L’opinione, l’interpretazione e nuove reti neurali che hanno impresso nel suo universo mentale che il fuoco può far male.
La felicità, definita come “sensazione di benessere e autopercezione di vitalità ed euforia” è anch’essa una risposta “interpretata” ad eventi esterni a noi.
Prendiamo l’esempio 4.a. Siamo felici di aver passato un esame difficile che ci avvicina alla laurea. Abbiamo già in mente il progetto della nostra vita: dopo la laurea faremo uno stage in un’importante azienda. Siamo ottimisti, e ci vediamo già in un’importante multinazionale a fare l’executive, a viaggiare per il mondo, con stipendi da urlo e con un appagamento personale grandissimo. Proiettiamo le nostre aspettative in questo panorama paradisiaco, dove tutto va bene e la vita appare in discesa.
Prendiamo invece una prospettiva diversa. Passiamo quello stesso esame, ma siamo pessimisti. La società è un angolo di fogna, dove i più dotati fuggono in altre nazioni (e ovviamente noi non rientriamo in quella categoria) e chi rimane si deve accontentare. Avete sentito spesso dire in tv e dagli amici che molti laureati lavorano nei call centers per salari da fame e ci avete creduto perchè, se lo dicono in molti, deve pur essere vero. Vi laureate e vi vedete, con un celato briciolo di soddisfazione, a fare il bidello in una scuola di periferia (non ho nulla contro i bidelli). La fugace soddisfazione è data dal fatto che “avrebbe potuto andarvi pure peggio”. In questo secondo caso, dunque, passare quell’esame non avrebbe coinciso con la felicità in quanto il vostro quadro mentale cozzava con la funzionalità dell’esame medesimo.
E’ innegabile perciò che la felicità è come una grazia che può essere invocata sapendo gestire lo strumento della mente e dell’opinione. Marco Aurelio nelle sue “Meditazioni”, un meraviglioso scritto che consiglio a tutti di leggere, diceva che il bene e il male non esistono nelle cose come una realtà di fatto, bensì essi sono concetti strettamente ed indissolubilmente legati alla nostra opinione e, così come non possiamo pensare di cambiare il mondo e le circostanze, possiamo però cambiare il modo in cui lo percepiamo e l’opinione che serbiamo nei suoi confronti.

La felicità è una brace che coesiste con noi, sopita in ogni nostra cellula, e può essere evocata semplicemente essendo felici. Vivere col sorriso e coltivare il buonumore, mai scossi dalle vicissitudini esteriori, è la ricetta per la leggerezza e per la gioia. Si può anche essere sorridenti pur senza esprimere il sorriso.
Fate questa prova:
Sedete davanti ad uno specchio ed iniziate a ridere a crepapelle.
Dopo un minuto o due di risate vedrete che, seppure non vi era inizialmente motivo di ridere, ora ci avete preso gusto e provate una forte allegria.
Dopo un totale di circa 5 minuti di risate, fermatevi di colpo e guardatevi allo specchio.
Sentite che questa ondata interiore di benessere è ancora li che pulsa, vibrante, viva.
Provate ora a ridere pur senza però fare smorfie ne muovere il corpo.
Percepirete come questa risata interiore possa essere attivata a volontà, come se qualcosa dentro di voi, una sorta di sorriso invisibile, di stato d’animo gioioso, faccia clic, tipo interruttore della luce, e vi renda interiormente felici.

Portatevi appresso sempre nelle vostre giornate questo immenso tesoro e notate come vivere la vita col sorriso interiore giovi non solo a voi, ma trasformi anche gli altri.

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