Profumo

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Ieri parlavo con un mio caro amico (col cambio euro-pesos ancora più caro), il quale mi raccontava di aver comprato un’acqua di colonia francese dalla fragranza molto particolare. Gli ho chiesto di descrivermene il profumo e ha iniziato ad elencarmi tutte le note olfattive che si potevano identificare nella miscela essenziale.

Questo incipit nasce al fine di collegarmi a quanto segue: l’importanza del simbolo nell’esperienza individuale.

L’esperienza sensoriale di un profumo è qualcosa di unico ed irripetibile. Nel momento in cui ho chiesto di descrivermela, cosa è successo?
Ha dovuto dividere un’unicità in elementi noti sia a lui che a me. Dunque ha isolato vari aspetti e li ha elencati. Bergamotto, lavanda, neroli, rosmarino…
Ciò mi ha dato un’idea del possibile aroma, filtrato dalla mia esperienza dei singoli ingredienti della miscela, ma non mi ha potuto trasferire il carattere sacro di quell’esperienza. Sacro perchè era un dono unicamente riservato a lui, vissuto secondo la sua coscienza, secondo i suoi gusti e con effetti precisi sul complesso energetico che forma il suo essere; un’esperienza irripetibile perchè panta rei e, solo un minuto dopo, lui non sarebbe stata la medesima persona di prima.

La comunicazione tra due persone è sempre fallata sul piano limitato dei gesti e delle parole perchè in noi l’altro non vede quello che gli stiamo trasmettendo, ma vede sè stesso. Per questo motivo nasce il simbolo.

Saltiamo concettualmente al mondo dell’informatica e parliamo di puntatori.

i puntatori sono tipi di dati che rappresentano la posizione (usando indirizzi di memoria) di elementi del programma come variabili, oggetti, strutture di dati, sottoprogrammi.

Un puntatore non contiene un valore bensì l’indirizzo fisico di un valore. Quando agiamo su un puntatore stiamo in realtà agendo sulla cella di memoria a cui fa riferimento. E’ come uno specchio che ci conduce altrove. Quando, per esempio, pronuncio la parola “mela”, il suono che la veicola è un puntatore poichè chi l’ascolta rivive interiormente l’immagine della mela, ne sente il peso, il sapore e a volte anche il prezzo al mercato. Questo secondo aspetto è ciò a cui punta il puntatore, ossia il noumeno della mela.

puntatori

 

Il mondo materiale può essere paragonato al “mondo dei puntatori”, il mondo spirituale a quello delle cause, laddove puntano i puntatori. La realtà manifesta è un labirinto di specchi dove ogni singolo frammento rappresenta un simbolo, un puntatore che traghetta la nostra coscienza oltre lo specchio fino al mondo noumenico dei significati. Ognuno ha una sua esperienza personale del simbolo, declinata in concordanza al suo livello di coscienza e al modo in cui Dio si manifesta in lui, che è unico per ognuno. Il simbolo è la cristallizzazione limitata di qualcosa che è senza forma e senza tempo. Durante le esperienze mistiche e spirituali più profonde si può comprendere chiaramente questo principio; accade che percepiamo lampi di supercoscienza che sembrano racchiusi in un flash ma che man mano che ritorniamo alla coscienza oggettiva iniziano a svilupparsi come una pellicola e si palesano alla nostra coscienza. Bastano pochi istanti di contatto con la luce interiore per assorbire pagine e pagine di conoscenza non scritta. E’ dunque un buon esercizio vedere il mondo esteriore come un teatro di specchi che rimandano alla nostra realtà interiore e ricordarsi che ciò che vediamo è ciò che siamo. E quando vogliamo comunicare con qualcuno non possiamo che farlo in modo simbolico, instradando la sua attenzione ed il suo cuore verso ciò a cui punta la nostra esperienza affinchè la viva interiormente secondo la sua lente personale e possa giungere alla sua verità secondo i suoi mezzi, pervenendo egli stesso alla montagna simbolica dell’esperienza. Non è forse questo un principio cardine della compassione? La vera compassione rispetta l’individualità del nostro prossimo e non erge la nostra esperienza a misura di quella del prossimo. Si ammette interiormente la libertà dell’altro di vivere la sua vita. Provare compassione è condividere un’esperienza senza però lasciar andare la propria individualità ma arricchendola con le sfumature offerte dalle melodie altrui.

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I numeri sono fra i simboli più antichi per esempio, e accomunano uomini su tutto il globo terrestre e probabilmente anche nella galassia. Sono verità cristallizzate, utilizzabili come un alfabeto universale. Si possono utilizzare in modo profano nelle scienze matematiche o in senso mistico, meditandovi sopra ed impregnandosi della loro essenza.

Quanto precede suscita un interrogativo: quanto sono avvedute le vie iniziatiche che impongono più o meno esplicitamente l’omologazione, che danno dei parametri a cui adattare il proprio vissuto e che impostano degli standard come misura della propria evoluzione spirituale?

Immaginiamo Dio che, manifestandosi, volesse conoscere sè stesso. Quale miglior modo di farlo se non tramite il racconto? E dato che ogni atomo della creazione, essendo composto da Dio, ha la medesima importanza, quale metodo migliore per vivere il racconto se non quello di un’individualità che lo esperisce in modo del tutto originale?
La vita è il racconto di Dio a Dio per mezzo di Dio. 1+2+3 = 6

 

 

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